Mese: ottobre 2014

Complessi di inferiorità.

JENNIFER LAW1

Come ogni anno, puntuale come un cross sbagliato di Abate, ecco che si riapre la diatriba per l’evento “calcistico” più chiacchierato dei mesi autunnali: l’assegnazione del celeberrimo Pallone d’Oro. Che ora per esattezza si chiama “Pallone d’Oro Fifa” e viene assegnato dalla rivista francese “France Football“, in concomitanza col voto dei capitani e degli allenatori delle squadre nazionali, al calciatore (militante in un campionato europeo) più “decisivo” dell’anno solare.

Niente di esaltante, almeno superata l’adolescenza: c’è un galà tutto luccicante, ci sono i giocatori tiratissimi col capello lucido e con la fronte perlata di sudore, c’è il discorso commosso di ringraziamento alla famiglia, ci sono le vecchie glorie, ci sono le soubrette francesi fighe, c’è Blatter, ci sono milioni e milioni di sponsor, c’è la Coca Cola e ci sono gli sceicchi (quelli oramai sempre). Poi la copertina, poi le prime pagine, poi i tifosi che litigano, che inneggiano all’ingiustizia o alla giustizia, a seconda dei casi. Come una sorta di Grande Fratello calcistico, ci sono gli esclusi che se la prendono a male, i tifosi che seguono da casa, i giornalisti che votano, il trofeo gigante ricoperto d’oro, smeraldi e ossa umane.

Tutto qui, è molto più spettacolare la serata degli Oscar, coi selfie di Jennifer Lawrence e di Bradley Cooper.

Anzi, dopo l’esclusione di Milito per Gyan Asamoah dal listone dei 25 nel 2010, la vittoria di Cannavaro e di Sammer, i 15 trofei consecutivi dati a Messi a prescindere, non mi stupirei se quest’anno dessero il premio alla nostra cara Jennifer, dopo la splendida performance nell’estate del mondiale brasiliano. Che poi pure l’amatissimo Blatter oggi ha dichiarato che, per esempio, il Pallone d’Oro del Mondiale 2014 assegnato a Messi è stata una scelta incomprensibile: come a dire, “neanche noi c’abbiamo capito ‘na cippa”.

Comunque io la pensi, oggi la Fifa ha annunciato il listone dei 25 candidati al Pallone d’Oro 2014, e leggendone i nomi, è utile cercare di fare delle valutazioni sulla situazione del calcio europeo e soprattutto italiano. Perché il Pallone d’Oro, nella sua vacuità, è comunque uno specchio importante dell’opinione pubblica che ruota intorno ai protagonisti del football.

Com’era prevedibile, i tedeschi sono tantissimi, ben sei, e non c’era bisogno per forza di vincere un Mondiale per capire che ci troviamo davanti ad una generazione di calciatori fortissima. Lahm, che da noi sarebbe ancora considerato “giovane”, guida da veterano una rosa di ragazzi terribili e, ahinoi, ancora nel cuore della giovinezza: Goetze, Mueller, Neuer, Kroos, Schurrle, tutta merce pregiata che, per farvi capire, ruota intorno all’anno 1990, lo stesso di Balotelli, eterno giovane incompiuto de noartri.

C’è sempre meno Barcellona anno dopo anno, è questo è un’altro segnale dei tempi che cambiano: sembrava impossibile solo il pensare, qualche anno fa, che qualcuno avrebbe potuto mai più fermare il Barcellona dei  Miracoli. Invece, il calcio ha dimostrato ancora una volta il suo ineluttabile andamento ciclico, il suo non guardare mai nessuno in faccia, e il Barcellona s’è fermato da solo. Dopo Guardiola la macchina perfetta blaugrana s’è sgretolata lentamente, come una scogliera erosa dal vento, e mostra oggi a noi tutte le rovine: è stato epico vedere Busquets, Iniesta, Messi e Piqué (i marziani di un tempo) presi a pallonate dal gagliardo Real Madrid di Carletto Ancelotti, nella settimana appena trascorsa. Epico come vedere i Titani che crollano sotto i colpi del tempo e l’ira di Zeus.

E di italiano quali briciole sono rimaste? Le uniche cose che al momento sembriamo esportare con successo sono gli allenatori: sono presenti il già citato Ancelotti, fresco campione d’Europa, e -udite!- Antonio Conte, che si prende il meritato palcoscenico europeo grazie alla stagione da record di punti conseguita con la Juve. Dal neo-ct della Nazionale mi aspetto grandi cose, spero di non rimanere deluso un’altra volta: Prandelli mi aveva già fatto credere ai mussi volanti solo qualche mese fa, un altro colpo sarebbe difficile da sopportare. Naturalmente, non potevano neanche mancare le nostrane dichiarazioni entusiastiche volte a sottolineare la grandezza della scuola per allenatori di Coverciano. Pure questo, prevedibile e provinciale.

La complessata Serie A riesce a mantenere un ultimo e piccolissimo appiglio al lussioso transatlantico dell’Uefa con una presenza nel listone, quella dello juventino Paul Pogba, arrivato, chissà come, a parametro zero dal Manchester United, che ben ha figurato con la nazionale francese al Mondiale. Che poi la nazionalità condivisa con la rivista sportiva che dà il premio sia la stessa, è n’altro conto (ricordo un Jean-Pierre Papin Pallone d’Oro nel 1991). Peccato davvero che, di questi tempi, un giocatore con un futuro del genere quasi sicuramente tra un paio d’anni dirà  ciao ciao all’Italia e si andrà ad accasare in una squadra-giocattolo degli sceicchi. Dannati sceicchi.

Insomma, come se non bastassero i risultati deludenti, esce la lista del Pallone d’Oro a ricordarci quanto siamo caduti in basso calcisticamente, oramai. Tanto per peggiorare i nostri già enormi complessi d’inferiorità.

“Ma lei non ha complessi di inferiorità!”
“Davvero??”
“Lei è inferiore…”
(Fantozzi alla riscossa, 1990)

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L’Inferno all’improvviso.

DANTE E GARCIA

Come è stato facile cadere dal cielo dopo così poco tempo.

Era stato un ottobre fantastico per le italiane in Europa: su queste “pagine” ci si esaltava per il tocco di Totti contro il City, in Europa League tutto andava bene e Tevez metteva in sacca i suoi gol in Champions dopo un putiferio di anni.

Oddio, ci siamo svegliati dai sogni di gloria troppo presto.

Siamo ancora a metà cammino dei gironi, ma dopo questi 3 giorni di coppa c’è da abbassare tanto la capoccia. Eh sì, questo 1-7 interno della Roma è stato una doccia fredda per tutti. Vedere un’italiana presa a pallonate dai tedeschi è sempre un colpo al cuore, foss’anche la Pro Vercelli. Eh no, ok il 7-1 di Manchester, ma contro i crucchi no. Abbiamo inghiottito pure ‘sta pillola. Come se non ne avessimo inghiottite tante, ultimamente.

Credo che per tutti i tifosi venga, dopo certi momenti esaltanti, una sorta di fase-purgatorio che chiunque è costretto a subirsi, tanto per ricordarsi che la vita è grama e che cercare soddisfazioni nel calcio è giusto fino ad un certo punto. Quindi, ad esempio, da tifosi della Nazionale, dopo il 2006 ci siamo presi due mondiali merdosi uno dopo l’altro, e abbiamo fatto fallire i pub che si aspettavano di fare cassa con le partite, perlomeno fino agli ottavi di finale (non chiedevano tanto eh).

Ecco, pensate ai poveri tifosi romanisti: s’erano avvelenati tanto per la partita di Torino, ma questa Roma giocava troppo bene per non urlare allo scudetto e per non sentirsi fieri e pure fiduciosi per la partita contro il Bayern. Detto fatto, ecco il loro momento-purgatorio.

Sette, come nei peggiori incubi.

La partita di martedì sera è stata, purtroppo, un agghiacciante rewind, quasi un deja-vù, della semifinale mondiale di quest’anno, Brasile-Germania. Stesso risultato, stesse facce sconvolte, pure stessi interpreti (in pratica nel Bayern gioca tutta la Germania). E pure Maicon a prendere sempre le scoppole dalla parte sbagliata.

Naturalmente il risultato della Roma è stato così assurdo da coprire, in parte, l’orrida prestazione dell’altra nostra rappresentante nella CoppaDalleGrandiOrecchie, la Juventus. Che, purtroppo, mi ricorda l’Inter di Mancini: vincente in patria e deludente in Europa. Posto che l’Olympiakos non ha Robben, come spiegarsi un risultato del genere? Come fa la Juventus a fare voce grossa in  Italia e poi perdere sistematicamente nell’Europa che conta, e spesso pure contro squadre di minor blasone (ricordiamo il Galatasaray dell’anno scorso…)?

Come non riuscivo a spiegarmelo ai tempi di Mancini, non riesco a spiegarmelo ora. Si possono mettere in ballo tante cose, e vi elenco pure alcuni argomenti che ho spulciato in giro:

-Allegri non è un allenatore di caratura europea (non entusiasmò neanche ai tempi del Milan).
-La Juve quest’anno gioca peggio rispetto alla passata stagione.
– Il livello della Serie A non è più competitivo per fare la voce grossa in Europa.
-Italiani forti in giro non ce ne sono più, e i pochi che ci sono vanno via (argomentazione fuga dei cervelli).

Naturalmente in giro ho trovato anche argomentazioni più becere, ma dato che il becero fa tendenza e ci piace, vi elenco anche quello:

-La Juve ruba, ecco perché vince solo in campionato.
-La serie A fa schifo e il campionato greco è più competitivo.
-E’ colpa dei tedeschi che ci hanno superato nel ranking.
-E’ colpa di Walt Disney che ci ha fatto credere, coi suoi film, che i buoni e gli umili vincono sempre.

Detto ciò, credo che le cose siano più semplici e meno catastrofiche di quello che si dice in giro. Semplicemente, come in ogni catastrofe, si tratta di una congiunzione di tanti fattori negativi nello stesso momento: parlare di crisi del calcio italiano è inesatto, parlerei piuttosto di un complesso delle nostre squadre (e pure dei loro tifosi) ad affrontare l’Europa. Non siamo così in crisi come ci dipingono: ok, il nostro campionato è sicuramente meno competitivo rispetto ad un tempo, ma d’altronde quello tedesco, ad esempio, non è da meno in questo senso. Stiamo vivendo una parabola discendente, non siamo per niente fortunati e ci facciamo spesso e volentieri perculare da squadrette come il Nordsjaelland e lo Young Boys; poi, cosa principale, non ci stanno più i soldi, e non se ne continuano a trovare.

Da bravi italiani, per natura, tendiamo ad esaltarci dopo le scoppole, ci rimbocchiamo le maniche e cerchiamo di ricavare il meglio da quel poco che abbiamo. Dopotutto, la Roma è ancora miracolosamente seconda nel girone, e la Juve può e deve lottare con l’Olympiakos per agganciarsi dietro l’Atletico, che appare ancora di un’altra categoria. Siamo ancora vivi, come diceva Caressa dopo il gol di Materazzi alla finale del Mondiale 2006. Che ricordare quel glorioso mondiale sia di buon auspicio alle nostre squadre fatte di piccoli David che lottano contro Golia.

Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

La Lagnusia.

siesta

Lagnusia”, dal dialetto siciliano, parola non interamente traducibile che pressappoco posso rendervi in questo modo: stato d’animo (spesso modus vivendi) che comporta altissime dosi di pigrizia estrema, mista all’ozio più totale e ad un briciolo di voglia di non far nulla che sia in qualche modo utile per sé stessi e per la società.

Ecco, m’è presa la lagnusia. Ora sì che finalmente capisco perché molta gente crea un blog e poi, dopo i fasti dei primi momenti, stancamente decide di abbandonarlo, a poco a poco. Perché, come nel calcio (e come col latino e la matematica, ricordi del liceo), è la costanza che decide il buon esito della prova. Bisogna tenersi aggiornati, non cedere alla pigrizia, scrivere sempre nuovi articoli, avere idee brillanti, disegnare, pensare, non lasciarsi andare alle nerdate e studiare pure meno (quello non è mai un problema, ricordi del liceo pure questi). E diciamo che l’ho capito per la prima volta questa settimana, quando il quasi consueto post del lunedì è saltato, quando non ho avuto il tempo di commentare la nuova giornata di Serie A che già si parlava di Champions.

E si sa che, nell’epoca in cui viviamo, due giorni di ritardo sono già passato remoto (e non è che a grammatica me la passassi tanto meglio).

Ecco, ora  che ho fatto un post del genere mi sto sentendo tanto Zerocalcare, solo che lui sì che c’ha mille impegni e deve scrivere libri o fare film o disegnare per 2765 cristi in fila alle presentazioni. Non è proprio la stessa cosa, ecco.

Però in primis il blog è un piacere, quindi è giusto così: gustarselo solo quando è il momento, quando mi va.

Intanto il Sassuolo ferma la Juventus, e già questa notizia da sola fa urlare al miracolo: ogni tanto ci si ricorda che siamo in Serie A, e che questo campionanto una volta primeggiava nel mondo proprio grazie all’insidiosità di ogni singola partita. Voglio dire, poco più di una decina di anni fa l’Inter perdeva lo scudetto sfaldandosi all’ultima partita contro una Lazio da ottavo posto. Da un po’ di tempo a questa parte le sorprese  non succedono più: ecco perché il gol di Zaza mi è sembrato un miraggio da deserto del Sahara.

A parte questo, è successo veramente poco, ma naturalmente sto cercando di sminuire tutto per giustificare un po’ la mia assenza.

Anche perché oggi è successo qualcosa di peggio del gol di Zaza. Qualcosa che ha a che fare con i vizi capitali (di cui la lagnusia dovrebbe assolutamente far parte). E con i fottuti Sette Nani. E con il numero di maglia di Del Piero in Nazionale. E avete già capito a cosa mi riferisco.

Dovrò scrivere subito, o disegnare, prima che scada il latte in frigo. O prima che la lagnusia mi porti via.

Monte Olimpo. E poi gli altri.

JUVE ROMA

Prima di cominciare, concedetemi di abbandonarmi a un flusso di pensiero.

Ma io ho un pubblico? Se sì, cosa vuole da me? Vuole polemica? Apre i link solo per la vignetta? Pensa che io sia uno che può dire qualcosa di interessante sul calcio, sopra il già detto mille e mille volte?

Il problema è che scrivere questo articolo mi sta creando non pochi problemi, non per l’articolo in sè ma per quello di cui dovrei parlare.

Sì,avete capito a cosa mi sto riferendo. Juventus-Roma.

La fantomatica linea editoriale che tento di stabilire, tra una partita dell’Atletico Maranella e l’altra, mi impone in primis di cercare di dire quel qualcosina in più degli altri (perchè sennò ‘sto blog sarebbe più inutile di quanto già sia) e tentare di essere (udite udite!) ORIGINALE.  Quindi se vi aspettate la moviolona anche qui, potete uscire immediatamente.

In Juve-Roma, lo sappiamo tutti, è successo di tutto.

Ma più del rigoreNonrigore e del gomblotto, ho provato emozioni per altre cose. Tipo Gervinho che fa saltare la testa al povero Ogbonna. Tipo la splendida azione del gol di Iturbe. Tipo Bonucci che segna dai 20 metri, al volo, di collo pieno, e si fomenta come un mandrillo in calore. Ahhh, questi sono i brividi sulla pelle di chi segue il calcio.

Il resto è fuffa. O almeno, ti può fare incazzare sul momento, ma finisce lì. Il resto è tanto rancore, tante rosicate, tanti fegati corrosi rubati all’agricoltura.

Ai tempi di Iuliano-Ronaldo (lontano 1998) perlomeno non c’erano i vari Facebook,Twitter, Instagram, WhatsApp. Ti scannavi solo per strada, faccia a faccia, buttavi il tuo veleno e tornavi a casa, fine. Ora siamo tutti dentro e le mura amiche non servono più a proteggerci dall’immondizia.

Vi siete calmati? Bene, ora chiudete gli occhi, respirate e facciamo finta che la Juve abbia vinto 3-2 con la Rivale per eccellenza di questi due anni, senza errori arbitrali. Resta il fatto che questo dice il campo, e ci troviamo con una Juventus che si porta già a +3 e getta una seria ipoteca sul campionato. Manca ancora un’intera stagione, ma il film sembra proprio quello già visto dell’anno scorso. In casa la Juve sembra uno schiacciasassi e, come abbiamo visto, riesce ad agguantare i tre punti pure quando tutto sembra andare male, malissimo. Sull’1-2 della Roma il mio Senso di Tifoso s’era allarmato: guarda un po’, siamo allo Juventus Stadium, e una Roma che sta giocando benissimo ha appena segnato un gol fantastico. E’ fatta, Allegri dovrà agitarsi, la Roma sorpasserà la prima della classe, ora si manterrà in difesa e magari metterà dentro un altro gol. Che sorpresa, che colpo di scena, che emozione.

Invece no, la Juve ha dato una botta di antidolorifici al mio Senso, e se questo è deprimente per me, figuriamoci quanto può esserlo per i giocatori della Roma. Rincorrere e dover subire una sconfitta in uno scontro diretto è sempre devastante per il morale, e spesso è decisivo per le sorti del campionato. Da juventino, starei in paradiso. Brava Juventus. Brava e fortunata, ma pur sempre lì, lì davanti, a guardare tutti dall’alto.

Mentre Juventus e Roma giocano nel cortile del Monte Olimpo, molto più giù, ai piedi della montagna, squadre interessanti si contendono il torneo dei comuni mortali, e lì il Senso di Tifoso si esalta. Si sta assistendo a qualcosa di tragico, come la storia dell’Inter, trovatasi dopo due mesi a mettere in dubbio le sue stesse basi, a chiedersi se Mazzari è l’uomo giusto per continuare, a chiedersi se la squadra supererà un altro anno, l’ennesimo, che si profila di triste transizione (dal Triplete… a cosa?). Inter travolta da una Fiorentina che finalmente segna il gol casalingo (ben tre tutti assieme, una scorpacciata), ritrova la trottola Cuadrado e si affida a Babacar per dimenticarsi dell’assenza della coppia d’attacco potenzialmente più forte del campionato (Rossi e Gomez) e che, per una sfiga degna di Paperino, in un anno e mezzo avrà giocato sì e no 6 partite.

C’è il Milan, e c’è soprattutto Honda. Quello che l’anno scorso si era rivelato un pippone patentato è diventato improvvisamente un giocatore con numeri da top player. O al Milan s’erano sbagliati, e l’anno scorso a Milanello era arrivato un qualsiasi ragioniere giapponese coi capelli platinati, o Keysuke s’è improvvisamente svegliato dalla lunga ibernazione causata dal campionato russo, e s’è ricordato di saper giocare a calcio. Incredibile, e poveri tutti quelli che all’asta del fantacalcio hanno lasciato andare il giapponese per quattro noccioline più Cascione.

E, a proposito di scarsoni che diventano tutto ad un tratto fulgidi campioni, vogliamo parlare del buon Andrea “BeneBene”  Stramaccioni? Sarà che all’Inter aveva una squadraccia, oltretutto quasi tutta infortunata; sarà che ha chiuso il campionato con la coppia di attacco AlvarezRocchi (e Kuzmanovic trequartista eh); sarà che forse la piazza nerazzurra è complicata per un allenatore così giovane. Sarà, ma all’Udinese pare aver ritrovato il suo Eden. Affidandosi all’intramontabile Totò Di Natale, l’allenatore romano sta ricreando il compatto mix di Guidoliniana memoria, fatto di giovani sconosciuti e piccole certezze, e si piazza nei piani alti della classifica. BeneBene, non c’è nulla da ridire.

Ai piedi del Monte Olimpo ci sono tantissime belle storie da raccontare, che meriterebbero un articolo a parte; mille parole per ogni squadra che, con mille problemi finanziari e senza l’apporto economico e “politico” tipico delle “grandi”, ogni anno riesce dignitosamente a proporre un calcio di qualità al pubblico italiano. E a trovare gli stimoli per seguire una Serie A che arranca ogni anno di più.

Belle storie di provincia, dicevamo, come la lettera al padre di Halfredsson, che ha fatto commuovere ogni tifoso che, delle volte, ricorda che dietro ai calciatori esistono anche persone.

Occorrerebbero tonnellate di parole per raccontarle tutte, e magari qui presto troveranno spazio, magari in una rubrica a parte. Sempre se ho tempo. Perché, come i calciatori, anche dietro ad ogni raccattapalle esiste una persona, e spesso sottopagata e piena di lavoro.

Ecco, ho ripercorso la genuinità del calcio, del calcio giocato, quello vero, quello fatto di maglie, gol, azioni, parate, fede. Ed è stato bello. Non ricordo nemmeno cos’è successo a Torino domenica pomeriggio…

Il vostro odiato Raccattapalle.

La finestra sull’Europa.

NUOVA VIGNETTA

E ce l’abbiamo fatta, un’altra volta. Da non crederci: per la seconda settimana di fila le nostre tanto bistrattate squadre italiane riescono a fare un bel filotto di vittorie e prestazioni convincenti nelle coppe. Roba d’altri tempi, roba da anni Novanta, quando l’Italia dettava legge in Coppa Uefa (9 finali in 10 anni tra 1989 e 1999) e il Milan degli Olandesi e la Juve di Lippi facevano paura a mezza Champions.

Seh, magari.

Se i numeri del mese di settembre europeo ci riportano a quei fulgidi ricordi, naturalmente la realtà è ben lontana dai sogni del passato. Se in Uefa, mai come quest’anno, abbiamo portato 4 ottime squadre (ed i risultati si vedono), in Champions il calcio italiano è scivolato, oramai, a un grado “di vassallaggio” verso i Potenti che appare assai arduo da cancellare.

Arranchiamo, abbiamo paura dell’avversario, siamo più lenti degli altri; poi senti Allegri che si esalta per una Juve che “ha tenuto benissimo il campo” e “ha meritato davanti la squadra campione di Spagna“, guardi il risultato(1-0) e le statistiche (0 tiri in porta e una “QuasiBellaAzioneChePotevaEssereGol” di Giovinco) e ti chiedi dove sia finita la dignità del glorioso calcio della penisola.

Esaltarsi per una sconfitta contro l’Atletico Madrid. Qualche anno fa, a sentire queste dichiarazioni da parte dell’allenatore della Juve, mi sarei inorridito. Ora che siamo dei piccoletti invece passa tutto, e se fai notare al compagno Allegri che la Juve ha giocato per lo 0-0 ci rischi pure le botte eh.

Per fortuna che c’è la Roma, che quest’anno fuori dall’Italia ci sta regalando belle soddisfazioni: è un girone durissimo quello capitato ai romani (e d’altronde, partire in quarta
fascia quando sei arrivata seconda in campionato non è il massimo della vita), con ben tre campioni delle rispettive nazioni, roba da far paura a chiunque. E invece, vedi un po’, la squadra di Garcia sta tenendo benissimo botta: 5-1 alla prima e ottimo pareggio in casa del City campione d’Inghilterra alla seconda. Le annate giuste si vedono dai piccoli particolari: Totti che, con la tranquillità di un ragazzino, a 38 segna il gol più “anziano” della storia della Champions, Keita che corre come un leone, ma che fino all’anno scorso andava pensioneggiando nel campionato cinese, Manolas che ferma Aguero come fosse niente. Giocando così la Roma può arrivare dovunque. E sarebbe un miracolo sportivo.

Per concludere, l’Europa League (anche se preferisco nostalgicamente chiamarla “Coppa Uefa”).

Se ultimamente stiamo scalando le gerarchie del fantomatico ranking Uefa, è soprattutto merito delle nette vittorie che, stranamente, le nostre quattro rappresentanti stanno collezionando una dopo l’altra. Rispetto alle passate stagioni, la sensazione è che quest’anno si possa fare la voce grossa nella seconda competizione europea per club. Napoli, Fiorentina e Inter hanno alle spalle una tradizione vincente e un blasone superiore rispetto alle altre pretendenti, e soprattutto possono cogliere l’occasione per prendersi tante belle soddisfazioni davanti ad una vetrina internazionale. Mi riferisco soprattutto alla squadra di  Thohir, che dopo aver avviato un difficoltoso “reset” dei residui del Triplete, deve e può fare un buon cammino, quantomeno per acquisire credibilità e, chissà, trovare un posto in Champions dalla porta di servizio (eh sì, occorrerebbe vincere la coppa, mica caramelle).

E il Torino? Squadra sicuramente con meno spessore tecnico delle altre tre cenerentole, ma proprio per questo quella che può stupirci di più. Se Ventura ingrana e comincia ad oliare i meccanismi di una squadra che comunque ha cambiato molto e ha perso i pezzi più pregiati(Cerci, Immobile), per la tifoseria granata potrebbe essere proprio l’Europa il posto in cui sognare.

Speriamo bene.

Sì, ho puntato 50 euro sui granata campioni d’Europa League. Che, se riesce, ho svoltato e il raccattapalle non lo faccio più e qui all’Atletico Maranella non mi vedono più.

Però mi piace, in fondo.