Autore: libernitro

Blogger di nuova data, disegnatore a tempo persissimo, con una laurea in Lettere e una linea internet che me costa pure un botto. Se serve pure cantante ai matrimoni e alle comunioni.

Melina (e tanta pretattica).

(questa non è mia e anche se si vedono ciclisti, mi sembrava molto evocativa lo stesso)

(questa non è mia e anche se si vedono ciclisti, mi sembrava molto evocativa lo stesso)

Ho deciso di aprire un blog, ma forse non avevo capito a cosa dovevo puntare. Probabilmente era lì, sulla punta della lingua, ma non è mai riuscito ad esprimersi. Sì, ho fuso ironia, dati, risultati e riflessioni, ci ho provato. Ma il risultato è che spesso mi ritrovavo a dover inserire “per forza” certe cose, camminare alla stessa velocità dell’attualità e stare sempre sul pezzo.

Poi, conoscendomi, dopo una lunga pausa, ho capito che sicuramente non sarei mai riuscito ad andare dietro all’informazione dei nostri tempi. Troppo veloce, tutto. Uno/due/tre giorni dopo una partita e già è stato detto di tutto, pure troppo.

E che spazio mi resta?

Ciò che mi si addice, che si adegua alle mie tempistiche, è altro: non stare col fiato sul collo di nessuno, fare serenamente mente locale, scrivere per dire qualcosa e divertirmi, ironizzare su molti aspetti esasperanti del mondo del pallone. Che sarà un piccolo mondo, ma risulta comunque fin troppo “saturo” di roba.

La spinta a rifletterci su m’è venuta sfogliando, per caso, i bellissimi articoli di Gianni Brera (melina e pretattica sono solo due dei suoi milioni di neologismi del giornalismo calcistico) sulle due Coppe Intercontinentali vinte dalla Grande Inter degli anni 60 (in un ormai vecchio volume commemorativo dell’Inter Mourinhana). Roba che non si trova più in giro nemmeno a pagarla oro, roba che esula da qualsiasi normalità linguistica e giornalistica, roba di classe, roba d’altri tempi, appunto. Dopo settimane di assenza, m’è tornata la voglia di parlare di calcio.

E non cronaca calcistica, ma calcio. Autentico, stupido, ignorante, romantico.

Non sarà Gianni Brera, ma è un nuovo inizio.

A presto,

il vostro caro Raccattapalle.

Inter(Stellar).

E ADESSO DOVE RISPARMIERA' L'INTER?

E ADESSO DOVE RISPARMIERA’ L’INTER?

Orbene, ci aspettava una settimana tranquillissima, senza sbornie, senza esagerazioni, quasi senza partite e senza tanti colpi di scena.

Ci si aspettava di “gustarsi” al massimo una Italia-Croazia di qualificazioni, sperando in un po’ di bel calcio (questo ormai sconosciuto, dato che è stato molto difficile finir di vedere tutta la partita) e qualche simpatico tafferuglio di gusto balcanico (quello mai disatteso, naturalmente). Poi una tristissima amichevole con la corazzata albanese, peraltro risolta da un gol di Okaka su assist di  Bonaventura all’81’. Calcio sciampagn, signori.

Noia totale fino alla prossima giornata di campionato?

Invece no, ci ha pensato la solita pazza Inter a darci qualche articolo da leggere sulle homepage dei quotidiani sportivi, sulle pagine di facebook/twitter/instagram, sui forum. Ci ha pensato l’Inter a regalarci i botti stellari in una noiosa settimana da pausa Nazionale.

Infatti, come avevo cominciato a prevedere solo una settimana fa su queste pagine, alla fine il buon vecchio Mazzarri non ce l’ha fatta.

Cacciato, bastonato, mandato via, dimesso dall’incarico, licenziato.

Anzi no, licenziato ma con una buonuscita di 3 milioni all’anno per altri 2 anni, e lo chiamiamo fesso.

Amen, noi tutti ti auguriamo un buon anno sabatico ben pagato, caro Walter: forse ti servirà a rimettere a posto le idee e rilassarti dopo un anno e mezzo così. Magari tornerai più forte di prima, te lo auguro. Anche perché “più in basso di così c’è solo da scavare“, come diceva il buon Daniele Silvestri.

Ora, l’Inter che cambia allenatore è una cosa normalissima, quasi quotidiana, che ci accompagna da una vita. Come le elezioni, come la messa della domenica, come i film del ’93 su Italia 1 nel periodo natalizio, l’esonero dell’allenatore dell’Inter rallegra e accompagna le nostre giornate fin da bambini. Senza, la vita sarebbe un po’ più vuota, ne sono sicuro.

No, la novità è che, dopo anni di allenatori mediocri (Gasperini, Ranieri), troppo inesperti (Stramaccioni) od ossessionati fino alla morte coi loro schemi (Benitez, Mazzarri), pare che sulla panchina dell’Inter sia arrivato un allenatore degno.

Roberto Mancini. Un nome internazionale, in primis, come sarebbe normale per una società con un blasone simile. Un allenatore che ha vinto qualcosa, sia in Italia che fuori (e vincere una Premier League, sceicchi o no, non è cosa da poco). Un allenatore capace di cambiare modulo in corsa e adattare la squadra alle caratteristiche dei giocatori. infine, e non è cosa da poco, un allenatore simpatico al popolo interista, un allenatore che ha già trionfato in questa piazza e sa combatterne le pressioni, e infine, un allenatore che lo scorso anno, alla guida del Galatasaray, eliminò la Juve dalla Champions League. Per un interista è tanta carne al fuoco, sappiatelo.

Oltretutto, dopo anni di magra, la scelta di un allenatore di caratura europea come Mancini è una grande svolta, in tutti i sensi. Da un punto di vista prettamente economico, sembra andare contro ogni principio di fair-play finanziario, specie in un momento delicato come quello che sta vivendo l’Inter attuale: Mancini il prossimo anno percepirà ben 4 milioni di euro a stagione, e con un Mazzarri ancora in busta paga, l’operazione costerà ben 30 milioni nei prossimi anni. Cifre non da poco per chi fatica a fare un calciomercato competitivo  e risanare i debiti societari. A volerla pensare bene, Thohir, se ha fatto quel che ha fatto, avrà in mente un qualche diabolico piano per sopravvivere: che si tratti di un aumento di capitale, o di austerity a gennaio, non è dato sapere. A volerla pensare male, l’Inter potrebbe avere fatto un passo più lungo della gamba. Certo è che un ennesimo esonero, accompagnato da altri fallimenti sportivi, sarebbe veramente letale.

Si sa, quando si gioca coi botti, è facile fare una brutta fine.

Tutto ciò ci proietta già al prossimo fine settimana, al fine settimana del Derby di Milano, quello che un tempo era probabilmente la stracittadina più importante ed emozionante di tutto il panorama calcistico (non ce ne vogliano i derby di Londra), e che ora non è altro che un misero cimitero di elefanti che cerca di riprendere un appeal ormai quasi del tutto perduto. Forse in questo blog risulto spesso eccessivamente nostalgico, ma fidatevi, le emozioni dei derby di Champions degli anni 2000 erano tutta un’altra parte di mondo. Tanto che ricordarsi i risultati degli ultimi anni risulta pure difficile, e pensare che l’ultima partita è stata decisa da un gol di Nigel De Jong risulta angosciante ai limiti del possibile.

Tant’è, non sono il solo a ricordare con romanticismo i tempi gloriosi che furono: pure su twitter i profili ufficiali delle due squadre di Milano si sono dati all’amarcord, con effetti di divertente e sportivo sfottò, unico esempio sano della penisola (difatti è il solo derby italiano in cui non ci si accoltella o si inneggia a Superga).

MILAN

INTER

Se son botti, esploderanno.

La Roulette Cinese: di allenatori è pieno il mondo.

MAZZARRI  BLOG

Diciamoci la verità: stiamo tutti qui a fare i buonisti e gli esteti del calcio, a tifare per il gioco di squadra e a dire “non è mai solo colpa del singolo“, che nel calcio ci vuole pazienza e per costruire una squadra ci vuole del tempo, ci vuole la famosa amalgama del gruppo, eccetera eccetera.

Sì, sì. Nn’è vero. In fondo sappiamo tutti che il capro espiatorio è sempre uno: l’allenatore.

Allenatore, coach, mister, manager, come lo si voglia chiamare, la sostanza  non cambia. L’allenatore è una figura così unica da trovare pochi paragoni negli altri sport: l’allenatore di calcio è più di un semplice trainer. Si occupa delle interviste (anche perché, difficilmente trovi calciatori che riescano a sostenere una discussione, forse il ricordo delle interrogazioni a scuola è ancora una ferita aperta per molti di loro), è il tutore dell’intera squadra, sbraita in panchina e si prende tutti gli insulti dei tifosi, vince ma è merito di Ibrahimovic, perde ed è tutta colpa sua, perché non ha fatto entrare Zola, o peggio ancora, perché non convoca Cassano (sì, tra gli allenatori il più sfigato è sicuramente il ct delle Nazionali).

Insomma, l’allenatore è il parafulmine annerito dell’intera tempesta calcistica. L’opinione pubblica lo rode per tutta la sua (spesso lunghissima) carriera, lo mangiucchia come fa un bambino delle elementari col tappo delle Bic e poi lo butta nei peggiori gironi degli inferi.
Ecco perché gli allenatori cominciano a diventare molto nervosi (tipo Malesani in Grecia), si fanno venire i capelli bianchi (Mourinho all’Inter), perdono il buon gusto sfoggiando dei cappellini orridi (Bisoli, Cosmi) e invocano per 20 anni la pensione (come Lippi, che però ha provato con successo il metodo alternativo della pensione d’oro in Cina, mica scemo).

Perché non sono tutti Ancelotti (che però, ricordiamocelo, non volle prendere Baggio al Parma perché il Divin Codino non si accordava col suo modulo) o Guardiola, che hanno quasi sempre vinto e quindi zitti tutti.

Non è che tutti possano dire “zeru tituli” senza prendersi sberle in faccia.

No, nel 90% dei casi gli allenatori sono bestie al macello dirottate di città in città nella speranza di sopravvivere il più possibile, cercare di firmare un contratto di lunga durata (e senza risoluzioni pacifiche nel momento dell’esonero) e augurarsi di finire in una big (così da assicurare un buon futuro economico a figli e nipoti, che di ‘sti tempi non si sa mai).

Prendete Mazzarri, poraccio. E’ uno dei pochissimi allenatori che non ha mai avuto il piacere di essere stato esonerato, durante la sua già lunga carriera di provincia. Mazzarri è sempre stato furbo: quando ha visto che le cose non andavano o potevano andare meglio, ha sempre optato per la via delle dimissioni, sempre con un contratto già pronto con un’altra squadra, in genere di un gradino più alta della precedente.

Così la scalata è bella e pronta, degna di una carriera allenatore in Fifa : Acireale-Pistoiese-Livorno-Reggina- Sampdoria- Napoli- Inter. L’allenatore della “Coppa di Toscana” (cit. Mourinho) aveva calcolato tutto, tranne i giochi beffardi del destino. Perché ora il rischio che venga “silurato” per la prima volta è ampiamente tangibile, dopo l’ennesima prova di un’Inter fragile come un origami, che si becca il tacco di Javier Saviola al 90° e deve rendersi conto dei 2 miseri punti nelle ultime 3 partite, dopo un avvio di campionato già abbastanza disastroso. C’è da dire che Mazzarri non è stato l’essere più fortunato di questa terra in questo anno e mezzo all’Inter: non ha effettivamente mai avuto giocatori utili al suo canonico 3-4-3 (che diventa un 3-5-2 o un 3-6-1 all’occorrenza, senza che questo cambi minimamente l’esito di ogni partita), si è visto negare rigori per un anno, ha subito il cambio di proprietà e successivamente l’addio del presidente che l’aveva scelto, non ha saputo resistere alla pressione di una piazza come quella di Milano.

Ma l’Inter non gioca effettivamente a calcio dai tempi di Leonardo (annata 2011): e se questo è stato un problema anche dei vari Gasperini, Ranieri e Stramaccioni, non si può dire che Mazzarri non abbia colpe, se in un anno e mezzo ha fatto annoiare a morte i suoi tifosi (pure Thohir in panchina si ammazza di sbadigli e partite a Candy Crush, poraccio pure lui), con una squadra che passa 90 minuti a passare palla a centrocampo e si riduce a perdere col Parma che ne ha prese 7 (un numero che quest’anno ritorna spesso) una settimana dopo dalla Juve. Non va, non so se andrà, non so se Mazzarri sopravviverà alla dura legge dell’esonero anche questa volta (e ciò mi sembra ormai difficile, perché prima o poi il buon Erick staccherà gli occhi dallo smartphone e si accorgerà di tutto).

E dire che, a Napoli, Mazzarri fece benissimo, con una squadra nettamente meno “top player” di quella attuale di Benitez, riportando i partenopei in Champions dopo secoli, dando il ruolo perfetto ad Hamsik e soprattutto facendo diventare Cavani un bomber di caratura internazionale. Mica fuffa, insomma.
Ma il calcio è bello perché è stronzo, e l’Inter è l’Inter perché è un buco nero calcistico, una bolgia dove non sai se esci vivo o morto, neanche se sei Lippi, Berkamp, Forlan, Cannavaro, Ivan Drago.

E se non se la passa bene Walterone, immaginatevi come deve stare, in quel di Parma, il povero Donadoni: l’anno scorso la squadra parmigiana convinse tutti per il suo gioco arioso e spettacolare e approdò in Europa League (per poi finire estromessa dalla competizione per strane robe burocratiche).
La Serie A riebbe il miglior Cassano degli ultimi anni, oltre alle sorprese Paletta- Parolo (tutti e tre poi convocati al mondiale brasiliano). Pochi mesi dopo, il Parma si ritrova ultimo in classifica, a 6 miseri punti (di cui 3 presi all’Inter, naturalmente, come il Novara di qualche anno fa), con una squadra distrutta, un Biabiany mai partito e scontento, un Cassano che predica nel deserto e un Parolo migrato verso altri, più felici, lidi (l’ottima Lazio di quel vecchio volpone di Pioli). Donadoni, al contrario di Mazzarri, non ha mai avuto tanta fortuna nella sua, ancora giovane, carriera: sorpresa al Livorno, fu chiamato, forse troppo presto, in Nazionale, dove si ritrovò, non per colpe del tutto sue, bloccato nelle sabbie mobili della caccia alle streghe post- eliminazione all’Europeo 2008 (ai rigori, ai quarti, contro la Spagna poi campione di tutto). Neanche nel giovane Napoli degli ultimi anni Zero andò benissimo per l’ex ala del Milan, che dovette accontentarsi di stagioni mediocri, accuse di De Laurentis, rumori della piazza e conseguente e classico esonero. Parma sembrava invece un’isola felice (quello che è sempre stata, d’altronde: uno come me, nato e cresciuto tra anni 90 e 2000, ricorda sempre con nostalgia il forte Parma di Crespo, Buffon e Thuram), nota per aver sempre rivalutato giocatori che sembravano finiti, persi o troppo acerbi (Adriano, Mutu, Cassano, Rossi, Gilardino…), città piccola e tranquilla, piazza perfetta per fare del calcio. Sembrava, appunto. Dopo il caos del mancato ingresso in Uefa, dopo la rabbia di Ghirardi, dopo le incertezze della proprietà all’alba del Centenario, dopo l’ultimo posto e il disonorevole 7-0 contro la Juve, quella realtà incantata sembra così lontana…

Ecco, se c’è una cosa che un allenatore non potrà mai avere nel corso della sua carriera è la certezza: a meno che tu non sia Alex Ferguson ( e solo Ferguson, perché 20 anni sono un’enorme anomalia calcistica), non potrai mai essere del tutto sicuro di non dover fare le valigie l’indomani mattina.
Pure se sei Montella, hai espresso uno dei giochi più belli della Serie A con la Fiorentina, hai mezza squadra rotta male e sei primo nel girone di Europa League. Se non stai attento, rischi di cadere dal cielo anche tu.
Pure se, subentrando a metà stagione, fai vincere la prima Champions della storia al Chelsea e poi nella stagione seguente perdi troppe partite di seguito (e soprattutto non hai l’appeal degli sponsor), come Di Matteo tempo fa. Capita di tutto eh.

Ma non era forse meglio andare in Cina?

Il gioco dei Troni.

GAME OF THRONES

Cosa sta succedendo da queste parti? Campionato, cosa t’è successo? Ci eravamo abituati ai campionati scontati, all’Inter che perde contro l’ultima in classifica, alla Juve imbattibile, ad una classifica interessante solo per la lotta per l’Europa; in pratica ad un campionato “à la française, col Psg lì in cima e con il titolo cucito addosso per tutti gli anni a venire.
Ora, l’unica cosa rimasta di tutto ciò, dopo questa folle settimana, è solo l’Inter che perde contro l’ultima in classifica. Nostalgia canaglia.

Qualche giorno fa, leggendo un sito a tema romanticamente nerazzurro, mi fece sorridere un disperato commento di un utente sotto un articolo riguardante la striminzita vittoria dell’Inter contro la Sampdoria, che più o meno faceva così: « ‘sti cazzi, tanto mò resuscitiamo i morti com’è nostro solito». Indovinato. Azzeccato. Preciso. E non c’era nessun dubbio. Probabilmente il tifoso dell’Inter sarà pure un maledetto sognatore, ma, abituato fin dalla tenera età ad aprire gli occhi di fronte al crudele gioco del destino (ovvero il fallimento dei dettami di Walt Disney, di cui vi parlavo nel precedente articolo), è sicuramente il tifoso più autolesionista e lucido del panorama italico.
Ora Mazzarri che si inventerà? Non è forse un segno del destino il fatto che la sua squadra sia riuscita a far fare una doppietta a De Ceglie, il dandy dell’idroscalo, evento più unico che raro? Io penso di sì. Vedere giocare l’Inter di Walterone (ma anche quelle di Gasperini e Ranieri non ci scherzavano) è un calcio alle palle non solo per gli esteti, ma anche per il pubblico medio delle peggiori curve di Promozione. Lì almeno randellano, e pure col cuore.
Poveri milanesi dunque, che ospiteranno pure l’EXPO nel 2015, ma che devono subirsi questo orrido spettacolo, sia da parte nerazzurra, sia dalla parte rossonera. Perché è pur vero che almeno il Milan ha fatto le sue oneste partite, che Inzaghi ha trovato il ruolo giusto per Honda, che Torres non segnerà ma almeno fa vendere le magliette e fa arrapare le ragazzine. Ma è altrettanto vero che questo Milan alla fine non è tanto diverso da quello di Seedorf e dell’ultimo Allegri, che Galliani non ha capito che con le figurine ingiallite puoi prendere in giro i tifosi (e anche se stesso) fino ad un certo punto, che una squadra non si assembla come si faceva su Pes, che Mourinho non ti regala i giocatori perché vuole fare opere di bene. E intanto un Palermo tutto cuore sbanca San Siro e distrugge ogni certezza del Pippo Nazionale.
Dispiace tanto che nel palcoscenico dell’ormai ex Scala del Calcio debbano recitare attori così mediocri. Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordo con nostalgia i derby di Shevchenko, Maldini, Pirlo, Vieri, Recoba, Toldo, Di Biagio, quella semifinale di Champions nel 2003 esaltante fino all’ultimo secondo, la consapevolezza di essere influenti in Europa… tutto dissolto come neve al sole.
Non c’è una squadra che si salvi dalla follia e dagli stravolgimenti che hanno permeato questa ultima settimana: come in una puntata di Game of Thrones (che non ho mai avuto il coraggio di vedere, ma che pare sia pieno di gente che pratica incesti e di protagonisti che muoiono a buffo), ci sono stati esaltanti colpi di scena, clamorosi tonfi, rigori sbagliati, risultati da quota 7,80 alla Snai, doppiette di De Ceglie, tap-in di Antonini, e chi più ne ha più ne metta.
Per farvi capire, non è per niente normale che la Sampdoria, ora sola e indisturbata al terzo posto (l’ennesimo miracolo di Siniša Mihajlovič), perda contro l’Inter che pochi giorni dopo sarà affossata dal Parma ultimo in classifica, e sempre qualche giorno dopo riesca a sfondare una Fiorentina in netto sprint agonistico; Fiorentina che, tanto per evidenziare l’assurdo, aveva in precedenza travolto la già citata Inter.

Pare che non ci siano più le mezze stagioni. E se questo ci fa rosicare perché siamo passati dalle maniche corte ai giubbottoni nel giro di un pomeriggio, è invece una benedizione per la spettacolarità del campionato.
Personalmente, mi sono esaltato tantissimo guardando Napoli-Roma: una partita con mille stracci di polemiche e odio addosso, blindata, tesa, nervosa, che s’è trasformata in uno spot per il calcio, almeno sul rettangolo di gioco. Spot che da una parte ha visto la Roma abbastanza spettatrice, ma dall’altra ha mostrato i meravigliosi attori di un Napoli offensivo e rapido, sciupone e baldanzoso, che si permette di fare una media di 15 tiri in porta a partita e di tenere Mertens in panchina, il tutto coadiuvato da un regista come Benitez che, con tutti i suoi difetti e la sua testardaggine, dalla cintola in su ci propone il calcio d’attacco più bello del campionato (insieme al buon vecchio Zeman, che però deve accontentarsi degli onesti Ibarbo e Sau). Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, l’attacco del Napoli fa tremendamente paura quando gira, e se ai vari Higuain, Mertens, Hamsik, Callejon (permettetemi, che giocatore!) ci aggiungi un Insigne si mette a fare il Maradona, offrendoci la sua migliore partita al Napoli da un anno a questa parte, allora cade ogni fortino. Mostrate la partita contro l’Hellas a un demolitore e avrà già capito tutto quello che c’è da capire su come distruggere appieno qualcosa.

E veniamo agli Stark della situazione, ovvero le tante decantate capoliste che, una dopo l’altra, sono state brutalmente sconfitte all’improvviso, così, senza tante chiacchiere. Certo, con modalità molto diverse tra loro: la Roma è visibilmente calata nell’ultimo periodo (avrà influito la batosta di Champions?) ed ha perso contro un Napoli in stato di grazia, mentre la Juve del sempiterno Allegri sembra volerci dare lezioni di bipolarismo: non fai in tempo a dire che la Juve non è più quella di una volta che, due giorni dopo, la squadra resta a galla, vince e si riappropria della cima della classifica. In pochi giorni s’è passati da una Roma a -3 ad una Roma a pari punti e poi nuovamente sotto, ed è questo l’andazzo che mi auguro da ora sino alla fine del campionato. Le corse testa a testa, le sconfitte contro la Reggina, i 5 maggio, i pareggi a reti inviolate contro il Livorno, la stanchezza per la Champions, la conta dei punti, i gol di Antonini… ma ben venga tutto ciò, che diamine!

Noi staremo qui, buttati sul divano (chi c’è l’ha naturalmente, io ‘sti lussi non me li passo), con gli occhi incollati agli schermi (perché ormai andare allo stadio non si usa più e siamo tutti troppo pigri solo per pensarlo), con il bibitone accanto e le urla cacciate in gola, a vedere se qualcuno muore improvvisamente, chi sono i buoni e chi i cattivi, cosa succederà nella prossima puntata, a disperarci e a gioire, aspettando, finalmente, di capire chi sarà alla fine ‘sto maledetto Tizio che salirà sul Trono di Spade.

Winter is coming

Complessi di inferiorità.

JENNIFER LAW1

Come ogni anno, puntuale come un cross sbagliato di Abate, ecco che si riapre la diatriba per l’evento “calcistico” più chiacchierato dei mesi autunnali: l’assegnazione del celeberrimo Pallone d’Oro. Che ora per esattezza si chiama “Pallone d’Oro Fifa” e viene assegnato dalla rivista francese “France Football“, in concomitanza col voto dei capitani e degli allenatori delle squadre nazionali, al calciatore (militante in un campionato europeo) più “decisivo” dell’anno solare.

Niente di esaltante, almeno superata l’adolescenza: c’è un galà tutto luccicante, ci sono i giocatori tiratissimi col capello lucido e con la fronte perlata di sudore, c’è il discorso commosso di ringraziamento alla famiglia, ci sono le vecchie glorie, ci sono le soubrette francesi fighe, c’è Blatter, ci sono milioni e milioni di sponsor, c’è la Coca Cola e ci sono gli sceicchi (quelli oramai sempre). Poi la copertina, poi le prime pagine, poi i tifosi che litigano, che inneggiano all’ingiustizia o alla giustizia, a seconda dei casi. Come una sorta di Grande Fratello calcistico, ci sono gli esclusi che se la prendono a male, i tifosi che seguono da casa, i giornalisti che votano, il trofeo gigante ricoperto d’oro, smeraldi e ossa umane.

Tutto qui, è molto più spettacolare la serata degli Oscar, coi selfie di Jennifer Lawrence e di Bradley Cooper.

Anzi, dopo l’esclusione di Milito per Gyan Asamoah dal listone dei 25 nel 2010, la vittoria di Cannavaro e di Sammer, i 15 trofei consecutivi dati a Messi a prescindere, non mi stupirei se quest’anno dessero il premio alla nostra cara Jennifer, dopo la splendida performance nell’estate del mondiale brasiliano. Che poi pure l’amatissimo Blatter oggi ha dichiarato che, per esempio, il Pallone d’Oro del Mondiale 2014 assegnato a Messi è stata una scelta incomprensibile: come a dire, “neanche noi c’abbiamo capito ‘na cippa”.

Comunque io la pensi, oggi la Fifa ha annunciato il listone dei 25 candidati al Pallone d’Oro 2014, e leggendone i nomi, è utile cercare di fare delle valutazioni sulla situazione del calcio europeo e soprattutto italiano. Perché il Pallone d’Oro, nella sua vacuità, è comunque uno specchio importante dell’opinione pubblica che ruota intorno ai protagonisti del football.

Com’era prevedibile, i tedeschi sono tantissimi, ben sei, e non c’era bisogno per forza di vincere un Mondiale per capire che ci troviamo davanti ad una generazione di calciatori fortissima. Lahm, che da noi sarebbe ancora considerato “giovane”, guida da veterano una rosa di ragazzi terribili e, ahinoi, ancora nel cuore della giovinezza: Goetze, Mueller, Neuer, Kroos, Schurrle, tutta merce pregiata che, per farvi capire, ruota intorno all’anno 1990, lo stesso di Balotelli, eterno giovane incompiuto de noartri.

C’è sempre meno Barcellona anno dopo anno, è questo è un’altro segnale dei tempi che cambiano: sembrava impossibile solo il pensare, qualche anno fa, che qualcuno avrebbe potuto mai più fermare il Barcellona dei  Miracoli. Invece, il calcio ha dimostrato ancora una volta il suo ineluttabile andamento ciclico, il suo non guardare mai nessuno in faccia, e il Barcellona s’è fermato da solo. Dopo Guardiola la macchina perfetta blaugrana s’è sgretolata lentamente, come una scogliera erosa dal vento, e mostra oggi a noi tutte le rovine: è stato epico vedere Busquets, Iniesta, Messi e Piqué (i marziani di un tempo) presi a pallonate dal gagliardo Real Madrid di Carletto Ancelotti, nella settimana appena trascorsa. Epico come vedere i Titani che crollano sotto i colpi del tempo e l’ira di Zeus.

E di italiano quali briciole sono rimaste? Le uniche cose che al momento sembriamo esportare con successo sono gli allenatori: sono presenti il già citato Ancelotti, fresco campione d’Europa, e -udite!- Antonio Conte, che si prende il meritato palcoscenico europeo grazie alla stagione da record di punti conseguita con la Juve. Dal neo-ct della Nazionale mi aspetto grandi cose, spero di non rimanere deluso un’altra volta: Prandelli mi aveva già fatto credere ai mussi volanti solo qualche mese fa, un altro colpo sarebbe difficile da sopportare. Naturalmente, non potevano neanche mancare le nostrane dichiarazioni entusiastiche volte a sottolineare la grandezza della scuola per allenatori di Coverciano. Pure questo, prevedibile e provinciale.

La complessata Serie A riesce a mantenere un ultimo e piccolissimo appiglio al lussioso transatlantico dell’Uefa con una presenza nel listone, quella dello juventino Paul Pogba, arrivato, chissà come, a parametro zero dal Manchester United, che ben ha figurato con la nazionale francese al Mondiale. Che poi la nazionalità condivisa con la rivista sportiva che dà il premio sia la stessa, è n’altro conto (ricordo un Jean-Pierre Papin Pallone d’Oro nel 1991). Peccato davvero che, di questi tempi, un giocatore con un futuro del genere quasi sicuramente tra un paio d’anni dirà  ciao ciao all’Italia e si andrà ad accasare in una squadra-giocattolo degli sceicchi. Dannati sceicchi.

Insomma, come se non bastassero i risultati deludenti, esce la lista del Pallone d’Oro a ricordarci quanto siamo caduti in basso calcisticamente, oramai. Tanto per peggiorare i nostri già enormi complessi d’inferiorità.

“Ma lei non ha complessi di inferiorità!”
“Davvero??”
“Lei è inferiore…”
(Fantozzi alla riscossa, 1990)

L’Inferno all’improvviso.

DANTE E GARCIA

Come è stato facile cadere dal cielo dopo così poco tempo.

Era stato un ottobre fantastico per le italiane in Europa: su queste “pagine” ci si esaltava per il tocco di Totti contro il City, in Europa League tutto andava bene e Tevez metteva in sacca i suoi gol in Champions dopo un putiferio di anni.

Oddio, ci siamo svegliati dai sogni di gloria troppo presto.

Siamo ancora a metà cammino dei gironi, ma dopo questi 3 giorni di coppa c’è da abbassare tanto la capoccia. Eh sì, questo 1-7 interno della Roma è stato una doccia fredda per tutti. Vedere un’italiana presa a pallonate dai tedeschi è sempre un colpo al cuore, foss’anche la Pro Vercelli. Eh no, ok il 7-1 di Manchester, ma contro i crucchi no. Abbiamo inghiottito pure ‘sta pillola. Come se non ne avessimo inghiottite tante, ultimamente.

Credo che per tutti i tifosi venga, dopo certi momenti esaltanti, una sorta di fase-purgatorio che chiunque è costretto a subirsi, tanto per ricordarsi che la vita è grama e che cercare soddisfazioni nel calcio è giusto fino ad un certo punto. Quindi, ad esempio, da tifosi della Nazionale, dopo il 2006 ci siamo presi due mondiali merdosi uno dopo l’altro, e abbiamo fatto fallire i pub che si aspettavano di fare cassa con le partite, perlomeno fino agli ottavi di finale (non chiedevano tanto eh).

Ecco, pensate ai poveri tifosi romanisti: s’erano avvelenati tanto per la partita di Torino, ma questa Roma giocava troppo bene per non urlare allo scudetto e per non sentirsi fieri e pure fiduciosi per la partita contro il Bayern. Detto fatto, ecco il loro momento-purgatorio.

Sette, come nei peggiori incubi.

La partita di martedì sera è stata, purtroppo, un agghiacciante rewind, quasi un deja-vù, della semifinale mondiale di quest’anno, Brasile-Germania. Stesso risultato, stesse facce sconvolte, pure stessi interpreti (in pratica nel Bayern gioca tutta la Germania). E pure Maicon a prendere sempre le scoppole dalla parte sbagliata.

Naturalmente il risultato della Roma è stato così assurdo da coprire, in parte, l’orrida prestazione dell’altra nostra rappresentante nella CoppaDalleGrandiOrecchie, la Juventus. Che, purtroppo, mi ricorda l’Inter di Mancini: vincente in patria e deludente in Europa. Posto che l’Olympiakos non ha Robben, come spiegarsi un risultato del genere? Come fa la Juventus a fare voce grossa in  Italia e poi perdere sistematicamente nell’Europa che conta, e spesso pure contro squadre di minor blasone (ricordiamo il Galatasaray dell’anno scorso…)?

Come non riuscivo a spiegarmelo ai tempi di Mancini, non riesco a spiegarmelo ora. Si possono mettere in ballo tante cose, e vi elenco pure alcuni argomenti che ho spulciato in giro:

-Allegri non è un allenatore di caratura europea (non entusiasmò neanche ai tempi del Milan).
-La Juve quest’anno gioca peggio rispetto alla passata stagione.
– Il livello della Serie A non è più competitivo per fare la voce grossa in Europa.
-Italiani forti in giro non ce ne sono più, e i pochi che ci sono vanno via (argomentazione fuga dei cervelli).

Naturalmente in giro ho trovato anche argomentazioni più becere, ma dato che il becero fa tendenza e ci piace, vi elenco anche quello:

-La Juve ruba, ecco perché vince solo in campionato.
-La serie A fa schifo e il campionato greco è più competitivo.
-E’ colpa dei tedeschi che ci hanno superato nel ranking.
-E’ colpa di Walt Disney che ci ha fatto credere, coi suoi film, che i buoni e gli umili vincono sempre.

Detto ciò, credo che le cose siano più semplici e meno catastrofiche di quello che si dice in giro. Semplicemente, come in ogni catastrofe, si tratta di una congiunzione di tanti fattori negativi nello stesso momento: parlare di crisi del calcio italiano è inesatto, parlerei piuttosto di un complesso delle nostre squadre (e pure dei loro tifosi) ad affrontare l’Europa. Non siamo così in crisi come ci dipingono: ok, il nostro campionato è sicuramente meno competitivo rispetto ad un tempo, ma d’altronde quello tedesco, ad esempio, non è da meno in questo senso. Stiamo vivendo una parabola discendente, non siamo per niente fortunati e ci facciamo spesso e volentieri perculare da squadrette come il Nordsjaelland e lo Young Boys; poi, cosa principale, non ci stanno più i soldi, e non se ne continuano a trovare.

Da bravi italiani, per natura, tendiamo ad esaltarci dopo le scoppole, ci rimbocchiamo le maniche e cerchiamo di ricavare il meglio da quel poco che abbiamo. Dopotutto, la Roma è ancora miracolosamente seconda nel girone, e la Juve può e deve lottare con l’Olympiakos per agganciarsi dietro l’Atletico, che appare ancora di un’altra categoria. Siamo ancora vivi, come diceva Caressa dopo il gol di Materazzi alla finale del Mondiale 2006. Che ricordare quel glorioso mondiale sia di buon auspicio alle nostre squadre fatte di piccoli David che lottano contro Golia.

Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.